LETTERE DALLE LAW SCHOOL

 

Alessandro Barzaghi,

LL.M. University of Pennsylvania 2003

 

 

Molte sono le differenze tra le scuole di legge italiane e quelle americane. Si potrebbe cominciare con i punti forti delle Law Schools americane. Eccone alcuni:

 

a) il professore chiama le persone in classe (ha una mappa dei posti con i nomi) e quindi quando si va a lezione si deve essere preparati, altrimenti si fa una figuraccia. Sembra una cosa da poco, ma in questo modo ogni giorno si studia la lezione del giorno dopo - a fondo -;

 
b) il punto di vista astratto non interessa a nessuno - il professore evita con cura i concetti omnicomprensivi e cerca di fornire un punto di vista il piu’ possibile pratico. Casi recenti ed attuali sono all'ordine del giorno. Non c'è nessun timore a far riferimento a persone, società, e a esprimere giudizi (cosa impensabile per un professore di legge italiano, che avrebbe paura di sbilanciarsi). Questo aiuta enormemente a capire di cosa si sta parlando e ad assorbire i concetti;

 

c) vige il concetto dell'analisi economica del diritto: una norma non è buona perché risponde alla logica del sistema legale stesso, ma se funziona in un'ottica di costi/benefici. Anche questo concetto potrebbe spiacere a qualche dotto insegnante italiano, e potrebbe parere irriverente nei confronti del sistema o dei principi, ma il concetto è: "i principi non importano a nessuno se il risultato non è praticamente utile e giusto". Approccio forse semplicistico, e tuttavia spesso funzionale.

 

d) anche il rapporto con i professori è molto più aperto: rispondono alle email, si può andarli a trovare durante l'orario di ricevimento, sono disponibili per domande e problemi vari. E' vero, in un certo modo alcune delle cose viste sopra non sarebbero possibili nell'università italiana perché gli studenti qui sono in numero molto minore.

 

Ci sono, naturalmente, anche punti negativi nelle Law School americane.

Inizierei riportando letteralmente ciò che mi ha scritto a questo proposito un amico che ha frequentato il mio stesso programma qualche anno fa: "Caro Alessandro, a me verrebbero in mente la difficile integrazione degli studenti stranieri; la forse eccessiva competitività fra studenti per ambire al migliore studio legale, la triste compartimentazione di studenti ebrei, neri, asiatici, ecc., l'eccessiva disponibilità dei professori ad ascoltare tutti e considerare qualsiasi intervento (anche il più stupido o banale) come un "utile contributo alla discussione...". Sono d'accordo. In particolare, ciò che più mi colpisce è proprio la citata compartimentazione, che è indizio secondo me di un grosso problema di fondo di questo Paese, purtroppo ancora irrisolto.


Aggiungerei almeno altri tre aspetti: il costo ingente, la burocrazia e l'incompetenza di alcuni impiegati.

 

Per quanto riguarda l'esborso, non si tratta di un difetto da poco. Questi Master costano molto, sicuramente troppo rispetto a quello che danno. Lo stesso vale per i corsi ordinari: tre anni per diventare J.D. (Jurisprudence Doctor) costano in una top Law School circa 100.000 dollari solo di retta. Gli studenti americani escono dalla Law School indebitati fino al collo (e impiegano anni per ripagare questi debiti, mentre ne contraggono di nuovi). L'Università Italiana, invece, è praticamente gratuita, e la qualità dell'insegnamento (se riusciamo a vederla isolata rispetto alle strutture fatiscenti e alla disorganizzazione generale) è spesso elevatissima.

 

Per quanto riguarda la burocrazia dell'Università americana, posso senz'altro dire che essa fa un'ottima concorrenza a quella Italiana, rinomata in tutto il mondo. Qui bisogna costantemente digitare codici, numeri, nomi, date di nascita, mostrare tesserini, qualificarsi, ascoltare per ore musichette al telefono, parlare con un altro dipartimento, tornare lunedì. Come in qualsiasi ateneo italiano. Sarà anche una conseguenza dell'11 settembre, ma posso assicurare che è scocciante e la conseguenza non può che essere un forte rallentamento e una notevole inefficienza.

 

In parte collegata al punto precedente è l'incompetenza di alcuni impiegati dell'università, che spessissimo non sanno nulla di quello che invece dovrebbero sapere, e si limitano a indicare un altro ufficio, un altro impiegato (che spesso non sa nulla pure lui). L'unica differenza rispetto ai loro colleghi italiani è che loro lo fanno con assoluto candore, mentre in Italia è più in voga una certa, inspiegabile, becera arroganza.

 

Per chiudere vorrei dire che, in ogni caso, mi sembra un esercizio sterile cercare di stabilire se sia meglio l'Italia oppure l'America: piuttosto, ciascuna potrebbe aprirsi agli aspetti positivi dell'altra.